Marmo A Colazione

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Dio ci salvi dall’aperitivino con il jazzattino!

In Pillole on gennaio 27, 2010 at 11:03 pm

Inizia ad essere decisamente inquietante il diffondersi del binomio gastronomia/cultura. Nemmeno nei peggiori incubi orwelliani si sarebbe potuto immaginare che la musica sarebbe diventata una scusa consumistica per appagare il proprio appetito con eccellenze eno-gastronomiche del nostro territorio di appartenenza.

Proiezioni di film russi seguiti da degustazione di vini rossi, aperitivi con jazzattino di contorno, assaggio di salumi locali accompagnati da un live di Fennesz del 1982!!! Nei giorni scorsi mentre facevo ascoltare un pezzo di Shackleton ad una ragazza questa mi ha risposto “Sì ma questa non è vera elettronica… diciamo che è elettronica da aperitivo” saranno state le oscure note di “Three Eps” ma un profondo senso di inquietudine ha invaso tutto il mio corpo che ansimava. E come dimenticare l’esperto donnaiolo che al nostro Paolo consigliava: “Ci devi uscire? La porti a fare un aperitivo con il jazzattino e il gioco è fatto”.
Affoghiamo nella nostra superficialità e mentre applaudiamo con forza guardiamo l’orologio per sapere quando manca alla fine/inizio del concerto/della degustazione. L’artista se ne va dal palco… e poi nemmeno il gusto di chiedere un bis a gran voce… sono già tutti in piedi a cercare la loro strapazzetta al tartufo rigorosamente offerta dalla ditta.

Se il tuo occhio ti dà scandalo strappalo
Se la tua mano dà scandalo tagliala
SE IL TUO ORECCHIO DA’ SCANDALO TAGLIALO

P.S. Io adoro gli aperitivi
e ora apprezziamo la tensione poetica di questo concerto:

“La vita forse finirà, ma il capitalismo andrà avanti”

In Interviste on gennaio 26, 2010 at 7:49 pm

Intervista ai Mùm in occasione del loro concerto del 26 novembre 2009 a Foligno (Pg) in Umbria.

ME: Ciao Ovrav, prima di tutto complimenti per il nuovo disco. E’ la conferma che la band ha trovato una nuova vitalità dopo il cambio di elementi all’interno del gruppo. Cosa ci dobbiamo aspettare da questo live che proporrete a Foligno?

OVRAV SMARASON: Vedrete sette persone su un palco, che suonano delle canzoni e sperano di piacere al pubblico presente il sala

ME: Vi farete condizionare da una location particolare e suggestiva come l’Auditorium San Domenico o il vostro live sarà come le altre volte?

OS: Amiamo suonare nelle location più svariate e noi ci troviamo in una posizione privilegiata che ci permette di fare i nostri concerti in ogni tipo di location, in giro per tutto il mondo…suoniamo sia nei locali che nei teatri, sia nei parchi che nelle sale concerti e anche nelle piscine vuote. Non vediamo l’ora di suonare all’Auditorium San Domenico, proprio perché è un posto che non conosciamo e non sappiamo cosa aspettarci.

ME: In genere preferite esibirvi in grandi spazi o in quelli piccoli (come in questo caso)?

OS: Dipende tutto dall’atmosfera che si crea in una serata, le persone presenti e la vibrazione del momento, la grandezza del posto non conta.

ME: Come detto “Sing Along To Songs You Don’t Know “ rappresenta una conferma della ritrovata vitalità del gruppo. Dopo Summer make Good, forse l’album meno riuscito dei mùm, il cambio di line-up sembrava sancire la definitiva fine della band e invece ha segnato una rinascita. Come interpretate questa cosa?

OS: Decisamente non voglio affermare che Summer Make Good sia stato il nostro peggior album. Ma ciò che importa è che non guardiamo alla nostra evoluzione come ad un processo lineare. Non andiamo verso una sola strada e non andiamo verso una precisa direzione, in alto o in basso, ad est o a ovest. L’unica cosa che posso dire è che a noi piace molto Sing Along to sing… e sono molto fiero di questo lavoro. In termini di energia noi abbiamo sempre avuto dei momenti bassi e dei più punti più alti, ci espandiamo e contraiamo come qualunque cosa che abbia vita e sì, hai ragione, mentre producevamo Sing Along, ci sentivamo veramente pulsanti e molto vivi.

ME: Pensate che i suoni tradizionali islandesi continuino ad influenzare il vostro lavoro? Se sì, in che misura?

OS: Credo che la musica e i suoni dei nostri dintorni, come tutte le vibrazioni della nostra terra, abbia sempre influenzato il nostro lavoro, ma non è legato in maniera specifica all’Islanda, sarebbe stato lo stesso se avessimo vissuto in qualunque altra parte del mondo. Noi prendiamo tutto ed esprimiamo tutto… perché è così che il mondo funziona.

ME: In “Sing Along to songs you don’t know” avete abbandonato la storica etichetta Fat Cat. Come mai questa decisione e se pensate che questo posso aver in qualche modo cambiato il vostro suono

OS: E’ stato proprio un peccato non essere in grado di lavorare ancora insieme. C’erano un numero di svariate ragioni per non poterlo più fare e molte di essere erano dovute alle compagnie “imparentate” con la Fat Cat, siamo ancora amici con loro. In termini di influenza sinceramente non so…si respira e si espira.

ME: Ho letto che il vostro approccio alla creazione artistica è sostanzialmente molto istintivo e non intellettuale. Non c’è il rischio in questo modo di esautorare le vostre opere e farle diventare semplici esercizi di stile? Oppure secondo voi la musica è semplicemente sensazione da assaporare?

OS: Se tu pensi che essendo più istintivi e meno intellettuali si abbia un risultato con meno contenuti e più stile, stai sopravvalutando o fraintendendo la cosa. Gli esercizi di stile sono tutti parte di un processo intellettuale, la creazione è una forza che va al di la di questo.

ME: Ragionate all’album come semplice collezione di canzoni oppure pensate sia un’opera unica?

OS: Non lo so, io sono cresciuto con gli album, e tutt’ora quando sono a casa ascolto i vinili. Così io credo che questo influenzi e colori realmente tutto quello che facciamo. Sicuramente dipende dalle prospettive, alla fine.

ME: Una domanda terribilmente banale per non essere fatta: Che tipo di influenze hanno i mùm? Quale è il vostro background musicale?

OS: Io sono influenza da tutto quello che c’è attorno a me… musica, cibo, nuoto, letteratura, film, amici, famiglia, animali, dormire, mobili, caffè, vino, birra, amore, concreto, muschio, rocce, il mare, l’acqua, i Guns & Roses, la radio, la televisione, gli stranieri, fango, pioggia, tecnologia, i tuffi, correre e ultimo, ma non in ordine di importanza, il calcio. E tutto il resto. Per quanto riguarda la formazione sono più che altro un autodidatta. Ho iniziato a fare musica sul computer dei miei genitori, ma quando sono diventato un adolescente ho comprato una chitarra con i soldi che avevo guadagnato consegnando i giornali. Nella mia vita sono stato in 30 o 40 differenti gruppi e amo suonare la musica con persone differenti.

ME: L’imminente scioglimento dei ghiacciai, dovuto al surriscaldamento globale, porterà alla fine della società moderna… cosa ascolterete negli istanti prima della inevitabile catastrofe?

OS: Ooof. Il riscaldamento globale e lo scioglimento dei ghiacciai sono problemi che percepiamo e sentiamo molto qui in Islanda, ed è una cosa che può farmi piangere. Ho spesso strani sogni che riguardano la fine del mondo e la cosa strana è che stranamente non è poi così male. Abbiamo scritto anche una canzone a questo proposito, “The smell of today is sweet like Breastmilk in the wind”. Una volta ho veramente sentito che è così che sarà l’odore dell’ultimo giorno Ma un’ultima cosa. Voglio lasciarti con una citazione veramente interessante. E’ presa da “The Other Day” di Salvoj Zizek a proposito l’ossessione degli uomini verso le catastrofi e della riluttanza ad affrontare il presente. “Adesso noi parliamo tutto il tempo della fine del mondo, ma è molto più facile per noi immaginare la fine del mondo piuttosto che un piccolo cambiamento nel sistema politico. La vita sulla terra forse finirà, ma in qualche modo il capitalismo andrà avanti”. Salvoj Zizek.

Le foto sono tratte dal concerto dei Mùm all’Auditorium San Domenico di Foligno (Pg), e sono fatte da Eleonora Lippi. L’evento è stato organizzato dall’associazione musicale Black Sheep.

Quattro Nerd alla conquista del mondo!

In Pillole on gennaio 26, 2010 at 12:00 pm

Cosa è che rende così irresistibili i Vampire Weekend? Per quello che mi riguarda è probabilmente quell’atteggiamento da insanabili Nerd che non riescono proprio a togliersi di dosso. Da un certo punto di vista la loro figura pubblica è una piccola rivoluzione nel mondo degli stereotipi dell’indie rock. Archiviato totalmente il macismo dell’hard rock, ci siamo ritrovati invasi dai nuovi pionieri del folk moderno, una sorta di ibrido fra gli hippie e i no global, e un esercito di sfigati che si davano un tono assumendo le sembianze di poeti maledetti, qualche volta più trasandati (inseguendo Kurt Cobain), qualche volta più intellettuali (inseguendo Thom Yorke). Sinceramente non ne posso più di musicisti post-rocker che suonano la chitarra a capo chino con il viso impostato in modalità melodrammatica. I vampire weekend da questo punto di vista sono geniali. (Quale rockstar si farebbe una foto del genere?)

 Si trovano casualmente dove li hanno messi, non hanno nessuna storia drammatica alle spalle, né problemi esistenziali con i genitori che gli hanno danneggiato lo sviluppo. Non sono fighi, non sono radical chic, non sono indie rocker (qui non ci sono né convers né magliette a righe), non sono intellettuali, non sono semi-straccioni, non sono mystic-hippie e nemmeno lisergici-psichedelici post drogati! Rappresentano semplicemente il tipo di uomo che sognamo che nostra figlia ci presenti come suo fidanzato.

Quando suonano hanno l’aria di quelli che finito il concerto dovranno svegliarsi presto la mattina per andare a seguire la lezione di chimica nel loro campus universitario. Ma, badate bene, sono ben diversi dagli Weezer! Quest’ultimi, infatti, passano il più del loro tempo girando fra le feste scatenate delle varie confraternita. I vampire weekend, invece, da buoni nerd, se ne stanno da nella loro cameretta a giocare ad Ocarina of Time cercando di capire se è possibile rubare qualche suono da utilizzare nel nuovo loro disco. Come dimostrato da questo video:

Adam Green è un cazzone

In Recensioni on gennaio 25, 2010 at 11:12 am

 

Mettiamo le cose in chiaro: Adam Green è sempre stato, è, e sempre sarà, un cazzone enorme. E’ uno di quei tipi che non hanno mai scritto una grande canzone ma che in mezzo ad una festa riuscirebbe a scoparsi qualunque ragazza imbracciando una chitarra. Fra ammiccamenti, scherzi divertenti e divertiti, quella goffaggine un po’ artefatta e quella perenne aria da “non so cosa sto facendo”, sarebbe capace di mettere in piedi una piacevole melodia in qualunque momento. Questa sua caratteristica (peculiare in tutta la sua musica) ha inevitabilmente contraddistinto tutta la sua discografia (non a caso numerosa nonostante i pochi anni di attività). Una carriera sempre a galleggio fra canzoni amabili e esperimenti del tutto anonimi. Un atteggiamento assolutamente di tutto rispetto, quello del ragazzo newyorkese che rifiuta di prendersi sul serio, andando inevitabilmente incontro alla maggior parte della critica musicale (assolutamente priva di senso dell’umorismo) che difficilmente gli ha concesso più di un 7.2.

Ok arriviamo al nuovo album: “A Minor Love”. Va in una direzione diversa rispetto a quanto detto fino a sopra? non saprei! E’ un bene? Probabilmente no! Il punto è che continuano a diffondersi nei suoi album delle tremende lamentele in cui il nostro eroe mette la testa a posto e fa il verso a Leonard Cohen (“Boss Inside”, “Don’t Call Me Uncle”). Pezzi simili erano presenti anche in “Sixes Sevens”, ma qui mantenevano un imprevedibilità assolutamente necessaria, la possibilità che qualcuno potesse gridare da un momento all’altro ricordandoci che stavamo ascoltando un album di Adam Green. Qui c’è l’inquietante sensazione che il ragazzo inizi a prendersi sul serio, il che sarebbe un trauma per tutto il mondo della musica indipendente. La maturazione in ogni caso c’è da ogni lato si guardi questa nuova creatura. Si ha solo la paura che questa faccia perdere il senso dell’umorismo ad Adam (sensazione peraltro registrabile nelle “buone” “Buddy Bradley” e “Stadium Soul”) che in ogni caso dimostra di aver affinato le sue doti d’artigiano musicale in gemme assolute come “Breaking Locks”, “Goblins” e “Castles and Tassels”. Tutti pezzi stralunati, divertenti che sembrano essere scritti alle 4 di notte dopo una sbronza di bourbon. Quell’improvvisa sensazione di leggerezza che Adam Green sembra essere capace di donare con estrema naturalezza a qualunque cosa tocchi. E così mentre lo ascolti ti ritrovi a sorridere anche quando hai la peggiore delle giornate e non puoi che perdonargli anche oscenità come “Oh shucks” e “Lockout”, quest’ultima probabilmente rubata durante le session di “The Information” di Beck. Anche perché la traccia numero 2 di quest’album si intitola “Give Them a token” ed è un pezzo assolutamente magnifico che da solo vale il prezzo del biglietto. Una volta ascoltati questi 2minuti e 13secondi avrete un sorriso ebete stampato sulla faccia fino alla fine dell’album, un buon umore che vi farà passare sopra a tutto il resto. Dicevo sopra che Adam Green non aveva mai registrato una grande canzone? Mi sbagliavo! Questo pezzo è sensazionale.

 

In conclusione possiamo dire che in questo disco il nostro Adam è patetico quando fa il Leonard Cohen, avvilente quando fa il Beck e assolutamente irresistibile quando fa l’Adam Green. La sensazione (e la paura) è che la virata verso mete nashvilliane sia dietro l’angolo, ma nel frattempo appoggiamo pure la puntina nel vinile e godiamoci “what makes him act so bad”, in fondo è sempre una cazzo di festa.