Marmo A Colazione

Sister Ray

In Recensioni on febbraio 23, 2010 at 11:17 pm

[QUI DOVREBBE ESSERCI UN’INTRODUZIONE]

Sister Ray è una canzone che deve essere rigorosamente ascoltata in vinile. E’ necessario appoggiare la testina nel solco e sentire la musica travolgere la stanza senza l’educazione di una qualsiasi introduzione. Uno schiaffo in faccia fin dai primi secondi. Sister Ray è il livello massimo a cui l’arte dei Velvet Underground è mai riuscita a giungere. Una suite di 17 minuti abbondanti il cui le sonorità tipiche del gruppo hanno la meglio su ogni schema razionalmente registrato fino a quel punto. La grandezza di Sister Ray sta nel modo sfacciato in cui rifiuta di prendere, anche per un solo istante, una forma consona o comune per l’ascoltatore. Sister Ray vive di vita propria e se ne fotte se voi l’ascoltate oppure non sapete della sua esistenza, non se ne starà lì a scalciare per avere un po’ di visibilità, è troppo cazzutta per fregarsene di queste cose. Sister Ray è come un alieno che sbarca sulla terrà e di fronte alla delegazione dei capi del governo dell’umanità si comporta come un francese medio con un turista che invade la sua terra madre; accentua ancora di più, se possibile, il suo accento incomprensibile, trangugiando sette parole su quattro. Sister Ray è una canzone gloriosa, forse la canzone più gloriosa che l’umanità potrà mai ricordare. Sister Ray non risponde a nessuno schema prestabilito, ma non va nemmeno alla ricerca di un non schema o di uno schema non prestabilito. Sister Ray non è una canzone intellettuale e, anzi, rifiuta ogni tipo di ragionamento socio-culturale. Fondendo Sister Ray e ricompiendola avremo davanti a noi la figura di un cavernicolo che sbatte una clava a terra in un ritrovo di poliziotti in pensione, provocando quel senso di affascinante inadeguatezza che manda in bestia quei reazionari assetati di sangue. Sister Ray non è una canzone psichedelica, non è una canzone lisergica e, fra le dolci disarmonie del suo incedere, non cela nessun significato nascosto. I Velvet underground in Sister Ray sembrano aver deciso di abbandonare le logiche celebrali di un essere vivente, nessun egocentrismo, nessuna posa, nessuna moda. Solo musica spinta ad un piano di estasi mistico incontrollato, senza prendere nessuna pausa, senza voltarsi mai dall’altra parte. Una cavalcata viscerale che senti nelle vene, nel cuore, nei reni e nel collo. La grandezza di Sister Rayè che Sister Ray è il nulla. Un nulla talmente perfetto da non essere definito in nessun lato. Un nulla spontaneo e non ricercato e, che per assurdo, è l’esatta nemesi del nichilismo. Sister Ray è forse la cosa più sincera mai scritta. Ispirazione colata che sgorga dalle casse del vostro stereo e riempie i solchi del vinile. Ispirazione serrata e protratta per 17 minuti, un incantesimo che ha permesso a cinque musicisti di ridefinire il limiti del rock. Sister Ray è come dare in mano degli strumenti a dei bambini e osservare, finalmente, un’espressione sana, sincera, non contaminata, unica e gloriosamente pura.

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