Marmo A Colazione

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Canzone del mese: Titus Andronicus – No future part III: Escape from no future

In Pillole on marzo 24, 2010 at 9:13 am

Il disco “The Monitor” dei Titus Andronicus è sicuramente una delle gioie che questo inizio 2010 ci ha consegnato. In particolare mi è rimasta nel cuore una canzone con un titolo fantastico: “No future part III: Escape from no future”. Questo pezzo sembra essere suonato dagli Okkervil river che, dopo una vita da sfigati, finalmente alzano la testa, lasciano da parte le insicurezze e il loro tipico piagnisteo per iniziare a mandare qualche vaffanculo come si deve. “No future part III: Escape from no future” ovvero come imbottire di cocaina a Conor Orbest dei Bright Eyes e vedere cosa succede.  E’ davvero trascinante come ascoltando questo pezzo ci si ritrovi a saltare per la stanza e gridare: “You will always be a loser”.

Momento migliore: Ovviamente 3.55 scoprite da soli perchè

Everything makes me nervous and nothing feels good for no reason
Waking up, it’s rarely worth it – the same dark dread every morning
Senior year here in Mahwah, a new world just around the corner
Leave me behind, let me stagnate, in a fortress of solitude
Smoking’s been okay so far, but I need something that works faster
So all I want for Christmas is no feelings, no feelings now and never again
There is a faceplate all brown and red that stretches across my mouth
It’s worn for protection, nobody gets in and nobody gets out
I used to look myself in the mirror at the end of every day
But I took the one thing that made me beautiful and threw it away
I was a river, I was a tall tree, I was a volcano
But now I’m asleep on top of a mountain, I’ve been covered in snow
Yes, I have surrendered what made me human and all that I thought was true
So now there’s a robot that lives in my brain and he tells me what to do
And I can do nothing without his permission or (which) wasn’t part of the plan
So now in Rock Ridge pharmacy I will be waiting for my man
But there is another down in a dungeon who never gave up the fight
And he’ll be forever screaming, sometimes I hear him say, on a quiet night, he says
“You will always be a loser, man. You’ll always be a loser now, and that’s okay.”

“Sisterworld” dei Liars: Guida galattica per diventare caricature di se stessi

In Recensioni on marzo 23, 2010 at 12:46 pm

Vorrei poter dire che ascoltare il nuovo disco dei Liars è come mangiarsi delle uova di prima mattina dopo una sbronza colossale. Vorrei poter dire che quest’album è una montagna di merda e che ascoltarlo è stata la tortura più grande a cui mi sono mai sottoposto. Perché? Perché io venero i Liars, li amo fisicamente e avrei preferito odiare questo disco piuttosto che rendermi conto che è il nulla più totale. Cosa si prova ad ascoltare “Sisterworld” ? Assolutamente niente, nemmeno la noia, perché dopo tre tracce vi rendete conto che la vostra mente diventa indifferente a quei suoni provenienti dalle casse dello stereo e voi vi ritrovate a pensare a come riparare la giuntura delle tende della vostra camera.

Se non fosse per l’artwork più figo di tutti i tempi, la traccia d’apertura “Scissor” e un secondo disco di remix pieno di guest star da far slogare la mascella per una settimana, si potrebbe benissimo buttare dalla finestra questo “Sisterworld” nella speranza di colpire Gigi d’Alessio che passa lì per caso. Per quanto mi riguarda è probabilmente una delle delusioni più cocenti di questo inizio di 2010 anche se, in un certo senso, non proprio non annunciata. Anche il precedente “Liars”, infatti, dava segnali preoccupanti di un involuzione creativa del gruppo impegnato ad appiattire il proprio stile, proponendo un disco pieno di sonorità eterogenee che facevano sembrare il tutto una fottuta raccolta di canzoni. Ma che cazzo! Passi per un gruppo qualunque, ma da chi che mi ha proposto “Drum’s not dead” è una cosa che non sta in piedi. Decidere di avvilirsi a questo modo dovrebbe essere considerato un crimine contro l’umanità. Quello che era lo stile dei Liars è diventato il loro non-stile, a galleggio fra un rock alternativo di bassa lega e le loro atmosfere psicotiche. Una scorcatoia (perché questa è) che funziona solo nella splendida traccia d’apertura “Scissor” (Come d’altronde era epica “Plaster Casts of Everything” all’inizio di “Liars”) un vero e proprio incubo capace di scuotere le vene del nostro inferno personale. Ma poi la noia singori! Una noia talmente strabordante da uscire dalle pupille dei vostri occhi, alla disperata ricerca di qualche sostanza alternante capace di farvi apprezzare quest’infame nenia.

Insomma, i fantastici e conturbanti lidi Berlinesi non potrebbero che essere più lontani. Sembra davvero che Angus e soci abbiano deciso di diventare più appetibili e di vendere la propria anima al diavolo rinunciando al loro estremismo espressivo a favore di fottute canzoni rock. Pezzi senza grinta, né senso di esistere, che non starebbero in piedi un minuto se il gruppo non si fosse preoccupato di travestirli un po’, di prendere in cantina il vecchio costume di carnevale da Dracula, che funziona sempre, per cercare di fare paura ai bambini che passano per strada il giorno di Halloween, senza rendersi conto, però, che in realtà sono diventati una triste caricatura di Leslei Nielsen in “Dracula: Dead and Loving It” di Mel Brooks.

Circa 1632 ore fa moriva Jay Reatard

In Pillole on marzo 22, 2010 at 1:12 am

Dove aver salutato Natale 2009 con la scomparsa di un poeta supersonico come Vic Chesnut, ci siamo trovati ad affrontare questo nuovo anno inconsapevoli della merda che sarebbe piovuta sopra le nostre teste. Fra le tante disgrazie (Sparklehorse), delusioni musicali (Liars, Vampire Weekend ecc…) e traumi veri e propri (Aver visto Johnny Depp ballare la “deliranza“), c’è da segnalare che già dopo 13 giorni, questo 2010 ci accoglieva portandosi via uno dei più fulgidi e luminosi talenti che l’attuale panorama musicale ci offriva: Jay Reatard. Se non sbaglio quello strepitoso cazzone dovrebbe averci abbandonato 1632 ore fa, e a noi piace ricordarlo così:

Josh Homme e i cavalieri del testosterone selvaggio (Sondaggio)

In Sondaggi on marzo 20, 2010 at 2:23 pm

Inauguriamo una nuova rubrica: il sondaggio. Si sono da poco conclusi gli anni ’00 e mentre tutti stilano classifiche improbabili sui dischi più importanti di quest’epoca, quello che vi chiediamo è di votare la canzone rock più grande dell’ultimo decennio. Poiché la mia “mosceria” in fatto di gusti musicali è nota ai più, per la selezione e la definizione dei pezzi ci siamo affidati al nostro espertone di testosterone: il nostro Card.Bargnasco. Ecco la sua selezione:

A voi l’ardua sentenza

It’s a Wonderful Life

In Pillole on marzo 7, 2010 at 1:56 pm

Muore suicida Mark Linkous, in arte Sparklehorse. Se ne va uno degli artisti musicali più importanti degli anni zero e lo fa sparandosi con un fucile un colpo alla testa. Un’uscita di scena sicuramente coerente con quella che è stata la sua travolgente produzione artistica che ha portato alla pubblicazione di quattro splendidi dischi e a collaborazioni con i musicisti più disparati (Fennesz, Danger Mouse, Tom Waits e Pj Harvey solo per citarne alcuni). Un polistrumentista geniale, un poeta capace di toccare corde rivelatrici sulla condizione umana, un monumento alla musica indipendente e un disadattato capace di incarnare fisicamente il disagio che cantava. Ho cercato un po’ in giro e nessuno sapeva bene quanti anni avesse, confermando in un certo senso il carattere extraterreno di Mark, della sua musica e delle sue liriche. Mark Linkous ieri nella sua fattoria/studio Static King  ha lucidato la sua motocicletta, accarezzato il suo cavallo e raccattato le sue cose.

Volevo celebrare un artista immenso come Mark Linkous come meritava, rendendo “nel paese del frastuono selvaggio” nero per un giorno. Purtroppo wordpress non me lo permette a meno che non paghi 14.99 dollari. Non mi resta che lasciarvi con le sue parole.

Sunshine

Ho aperto i miei occhi
ed ho guardato la luce del sole
che era stata fuori tutta la notte
per distendersi e dipanarsi

verrà un momento in cui le gigantesche
onde schiacceranno l’immondizia che ho tenuto con me
quando la luna esploderà o galleggerà via
perderò i ricordi che ho conservato

mi distendo sull’erba
e lascio gli insetti fare le loro cose
lei mi copre con le sue ali
tiene la mia testa e dice ‘povera cosa’

verrà un momento in cui le gigantesche
onde schiacceranno il rifiuto che ho salvato
quando la luna esploderà o galleggerà via
perderò i ricordi che ho conservato
la la la

Mark Linkous ( ???? – 07/03/2010)

Robert Del Naja, Damon Albarn, la rivoluzione marxista e un buon bicchiere di Chateau Beauregard del 1964

In Recensioni on marzo 4, 2010 at 2:21 pm

Credo di aver capito il motivo per cui “Heligoland” dei Massive Attack abbia diviso così ampliamente il pubblico. Il problema è che si tratta di un album eccessivamente educato.

Capiamoci, io mi pongo assolutamente fra quelli che sono a favore del nuovo lavoro del leggendario duo di Bristol. Questo accade perché sono un fan sfegatato della sfrenata eleganza di questo disco e della voce da psicopatico serial killer di Robert Del Naja. Ma, sopratutto, sono un fottuto radical chic nel sangue. E questo è sicuramente l’album più radical chic che ho ascoltato negli ultimi tempi (dopo “Rituals” di Nicola Conte forse). Credo sia per questa ragione che una parte del pubblico ha rifiutato questo disco. Se nei primi lavori dei Massive Attack riverberava il disagio del proletariato di Bristol, l’angoscia della middle class e una società industriale opprimente, in questo lavoro ciò che emerge sembra essere il salottino progressista di Robert Del Naja. Già me lo immagino, con in mano un bicchiere di Chateau Beauregard del 1964 che dibatte a proposito dei lati positivi di un’ipotetica rivoluzione marxista nella londra post-apocalittica del 2013 insieme a Damon Albarn. Tutti conosciamo (e in un certo senso apprezziamo) l’impegno politico dei Massive Attack negli ultimi anni, ma proprio per questo si rimane un po’ con l’amaro in bocca davanti a tanto garbo. “Heligoland” è sovversivo più o meno come lo è “Love story”. Tutte le tracce sono pervase da un nocivo ed eccessivo senso di educazione, tipico di chi gioca a fare il rivoluzionario.

Detto questo, è necessario ribadire come la delicatezza e l’assoluta finezza dei passaggi di questo disco sia davvero rara. Un carattere così spiccato da dimostrarci, ancora una volta, come ci troviamo di fronte ad alcuni dei mostri sacri della musica elettronica. Una sorta di intimismo rarefatto ma, sopratutto, quella grande capacità di rimanere all’interno di una perfezione stilistica davvero imbarazzante. Il primo esempio è sicuramente la traccia d’apertura “Pray for rain” (la migliore insieme a “Spitting the Atom”) dove i Massive Attack sembrano dare una lezione di classe riuscendo a comprimere ogni esplosione che sarebbe scontata e travolgendoci con un tribalismo quasi accennato e con un sempre più monumentale Tunde Adebimpe, davvero indimenticabile in questo pezzo.

[DOPO TRE GIORNI]

Grazie alla bontà della mia ragazza ho avuto “Heligoland” inserito nello stereo portatile della mia automobile per tre giorni di fila. Ecco come è andata:

GIORNO 1:  “…cazzo che figo questo passaggio…”, “…è davvero impossibile godere di tutte le sfumature sonore di questo disco…”, “…senti che eleganza..!”

GIORNO 2: “…che stavo ascoltando?”

GIORNO 3: “Fanculo! Dov’è finito Salf & Milk di Captain Beefheart??”

Che ne è stato del cuore cari Massive Attack?