Marmo A Colazione

Robert Del Naja, Damon Albarn, la rivoluzione marxista e un buon bicchiere di Chateau Beauregard del 1964

In Recensioni on marzo 4, 2010 at 2:21 pm

Credo di aver capito il motivo per cui “Heligoland” dei Massive Attack abbia diviso così ampliamente il pubblico. Il problema è che si tratta di un album eccessivamente educato.

Capiamoci, io mi pongo assolutamente fra quelli che sono a favore del nuovo lavoro del leggendario duo di Bristol. Questo accade perché sono un fan sfegatato della sfrenata eleganza di questo disco e della voce da psicopatico serial killer di Robert Del Naja. Ma, sopratutto, sono un fottuto radical chic nel sangue. E questo è sicuramente l’album più radical chic che ho ascoltato negli ultimi tempi (dopo “Rituals” di Nicola Conte forse). Credo sia per questa ragione che una parte del pubblico ha rifiutato questo disco. Se nei primi lavori dei Massive Attack riverberava il disagio del proletariato di Bristol, l’angoscia della middle class e una società industriale opprimente, in questo lavoro ciò che emerge sembra essere il salottino progressista di Robert Del Naja. Già me lo immagino, con in mano un bicchiere di Chateau Beauregard del 1964 che dibatte a proposito dei lati positivi di un’ipotetica rivoluzione marxista nella londra post-apocalittica del 2013 insieme a Damon Albarn. Tutti conosciamo (e in un certo senso apprezziamo) l’impegno politico dei Massive Attack negli ultimi anni, ma proprio per questo si rimane un po’ con l’amaro in bocca davanti a tanto garbo. “Heligoland” è sovversivo più o meno come lo è “Love story”. Tutte le tracce sono pervase da un nocivo ed eccessivo senso di educazione, tipico di chi gioca a fare il rivoluzionario.

Detto questo, è necessario ribadire come la delicatezza e l’assoluta finezza dei passaggi di questo disco sia davvero rara. Un carattere così spiccato da dimostrarci, ancora una volta, come ci troviamo di fronte ad alcuni dei mostri sacri della musica elettronica. Una sorta di intimismo rarefatto ma, sopratutto, quella grande capacità di rimanere all’interno di una perfezione stilistica davvero imbarazzante. Il primo esempio è sicuramente la traccia d’apertura “Pray for rain” (la migliore insieme a “Spitting the Atom”) dove i Massive Attack sembrano dare una lezione di classe riuscendo a comprimere ogni esplosione che sarebbe scontata e travolgendoci con un tribalismo quasi accennato e con un sempre più monumentale Tunde Adebimpe, davvero indimenticabile in questo pezzo.

[DOPO TRE GIORNI]

Grazie alla bontà della mia ragazza ho avuto “Heligoland” inserito nello stereo portatile della mia automobile per tre giorni di fila. Ecco come è andata:

GIORNO 1:  “…cazzo che figo questo passaggio…”, “…è davvero impossibile godere di tutte le sfumature sonore di questo disco…”, “…senti che eleganza..!”

GIORNO 2: “…che stavo ascoltando?”

GIORNO 3: “Fanculo! Dov’è finito Salf & Milk di Captain Beefheart??”

Che ne è stato del cuore cari Massive Attack?

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  1. Vince anche il premio come copertina più brutta e anni ’90 del decennio passato e di quello futuro.

  2. I love you Bitch!

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