Marmo A Colazione

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I signori dei decibel (Sondaggio)

In Sondaggi on giugno 29, 2010 at 11:33 pm

La questione è piuttosto semplice. Si è appena concluso un decennio in cui il concetto di rockstar è morto e sepolto. Il divismo tipico degli anni ’90 ha lasciato lo spazio alla vittoria delle realtà alternative e indipendenti sparse nel mondo. E nessuno nega (e sa) questo. Ma rimane comunque interessante (e sopratutto divertente) cercare di capire chi è stata la rockstar più figa del decennio anti-rockstar per eccellenza. Ecco una piccola lista di candidati che potrebbero ambire al premio.

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E se diventassi sordo?

In Pillole on giugno 29, 2010 at 12:23 pm

Ultimamente ho l’inquietante sensazione di essere progressivamente colpito da sordità, il che, alla tenera età di 26 anni, sarebbe preoccupante. Probabilmente molti mi preferirebbero muto, ma il punto è un altro.

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Shackleton: Tenere lontano dalla portata dei ragazzi in bad trip

In Recensioni on giugno 22, 2010 at 10:10 pm

“Three eps” è un disco davvero spaventoso. E per spaventoso non intendo un aggettivo per raccontare la bellezza estrema di quest’album, intendo proprio che questa musica fa cagare in mano dalla paura, se ascoltata nelle giuste condizioni e situazioni. E’ sera e nonostante siamo in pieno giugno e dovrebbe essere estate, piove. E’ domenica precisamente, e sono uscito da una giornata lavorativa incredibilmente impegnativa, ho fatto chiusura nella videoteca dove lavoro e sono le 23.30. Raggiungo i miei amici per concludere questo fine settimana come facciamo sempre, vedendo qualcosa di horror. Abbiamo per le mani i dvd di “Incubi e deliri” una serie di episodi da 30 minuti circa basati sui racconti di Stephen King.

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Jack White (Sì ancora lui!) in uno strepitoso cameo cinematografico

In Video on giugno 21, 2010 at 9:44 pm

A Jack White non basta essere la rockstar più figa di tutto l’universo conosciuto. Fra la registrazione di un disco epico dei White Stripes e uno dei The Dead Weather, poco dopo aver girato l’ultimo video delirante in compagnia di un regista ultra-cool e poco prima di aver fatto uno dei suoi live leggendari, il nostro si (ci) concede anche il piacere di dilettarsi in alcuni cameo cinematografici di tutto valore. Tutti conosceranno il frammento in cui è protagonista nel jarmushiano “Coffe & Cigarettes” dove in bianco e nero mostra a “Meg la sua bobina di Tesla”. Ma molti meno, probabilmente (o forse no, boh),  conosceranno il suo cameo in “Walk Hard”, commedia demenziale di stampo Apatowiano che narra le gesta della rockstar Dewey Cox (interpretato da John C. Reilly). Il film ripercorre la carriera del cantante toccando e caricaturizzando i diversi periodi e luoghi comuni della musica.

In una scena del film Dewey Cox si trova a dover affrontare la sua prima esibizione dal vivo. E dopo un cambio di programma si trova a dover salire sul palco subito dopo Elvis Presley, finendo inevitabilmente in paranoia. Poco prima della sua entrata in scena ha la fortuna di incrociare proprio il re del rock, interpretato in maniera travolgente da Jack White.

VERAMENTE EPOCALE! RESPECT!

Canzone del mese: Shugo Tokumaru – Linne (Blogotheque version) (Maggio)

In Pillole on giugno 11, 2010 at 9:21 am

 La canzone del mese (di maggio) è “Linne” di Shugo Tokumaru. L’indiessimo cantante giapponese, infatti, ha finalmente fatto uscire il seguito dello straordinario “Exit” del 2007. Il nuovo album si intitola “Port Entropy” e Shugo è uno di quei cantanti che, per gelosia, non vorrei consigliare a nessuno.

“Linne” è una canzone per certi versi assolutamente insolita per Shugo. Le bizzarie che contraddistinguono la sua poetica lasciano spazio ad un intimismo dal sapore Oberstiano. E’ come se Shugo Tokumaru lasciasse per un attimo da parte i Cavalieri dello zodiaco e i GI Joe e iniziasse, solo per un giorno per fortuna, ad interessarsi alle ragazze.

Nel particolare mi sento di consigliare la versione fatta per Blogotheque in cui si respira il  profumo di Giappone.

 

 

Vorrei essere figo come Julian Casablancas

In Recensioni on giugno 9, 2010 at 11:22 pm

Julian Casablancas è la rockstar più figa al mondo. Ovviamente se si esclude Jack White che cammina proprio ad un altro livello. Proprio l’altro giorno mentre cagavo ho letto su “Rolling Stones” la recensione del nuovo dei “The Dead Weather” che recitava: “Allora. Gente. Qui tocca fare un discorso molto semplice. Jack White è uno dei più straordinari fighi che facciano musica in questi anni. E non mi riferisco a niente in particolare: non è la bellezza, non è il suono, non sono le interviste, non è il come si veste. Jack White ha la polverina sulle ali, come campanellino di Peter Pan; ha lo spasso ridente dei giusti stampato in faccia, come Jack Nicholson; ha quel modo di far per cui uno guiderebbe tutta la notte per andare a vedere il suo sudore che luccica sotto i fari. Alcuni lo chiamano carisma, ma forse non c’è una parola sola. E’ quella roba lì. E lui ce l’ha. Quella roba lì”. Un libro stampato e firmato Matteo Bordone. Difficilmente ho letto qualcosa di così lucido, forse bisogna tornare a quando il nostro Card.Bargnasco (l’esperto di testosterone di questo Blog)  su Avatar disse: “Per me è senza voto… io preferisco il cinema alle puttanate”.  Comunque dopo aver dato tutta la precedenza del caso, come forma di rispetto, a sua santità Jack White è ora di tornare al motivo principale per cui siamo qui: Julian Casablancas.

Il mio sogno è essere figo come Julian Casablancas, ci penso praticamente ogni notte, quando sono sul letto prima di addormentarmi. In quest’ultimo periodo, ho rivalutato gli Strokes dopo aver scoperto che “Room on Fire” non era così male come sembrava appena uscito. Ma non è questo il punto importante. Potrei sembrare in ritardo, ma Julian Casablancas si è imposto in una scena (quella di inizio del nuovo millennio) dove tutti si prendevano incredibilmente e vergognosamente sul serio. Di fronte a mega stage e ultra star lui è arrivato sui palchi di tutto il mondo bighellonando come un magnifico cazzone d’altri tempi. Mentre i super-gruppi sperimentavo l’elettronica come la nuova mecca della musica, ha sbattuto in faccia a quei palloni gonfiati dei vecchi riff anni ’70 con sopra una melodia irresistibile. Mentre le case discografiche cercavano di giustificare il prezzo dei dischi con artwork barocchi, gli Strokes hanno stampato un disco con un culo di donna di profilo in copertina e il loro faccioni sbattuti sul libretto. E mentre il video musicale sembrava la nuova frontiera della comunicazione dell’industria, a galleggio fra blips e Gondry, se ne prendeva gioco con dei video ultra low cost e volutamente vintage.

Nessuna balena da salvare, né no-global da pubblicizzare. Solo sano Rock n’ roll. Julian Casablancas è come un supereroe giunto fra noi per prendere a calci in culo quelle star piene di sé che dominavano la scena negli anni ’90 e che, per buona parte, sono finite uccise dai loro personaggi, che oramai vagano in un purgatorio di reunion e best of. Julian Casablancas è l’uomo più figo del mondo perché ha l’atteggiamento di chi sta sul palco perché non ha un cazzo di meglio da fare. Proprio come un ragazzino di 18 anni non sembra prendere niente sul serio, camminando per il palco, appoggiandosi con aria scocciata al microfono per concedersi al pubblico solo per alcune improvvise grida. Ed è solo in questo modo, con quella faccia da culo, che si può essere credibili cantando: “ma ti ho lasciato entrare giusto in tempo per infrangere questo cuore/anche se pensavo che sarebbe stata solo questione di una notte/era fottutamente strano”.

Negli ultimi tempi, bisogna dirlo, il nostro Julian ha iniziato a prendersi troppo sul serio fregandosi con le sue mani. Quella magnifica alchimia è morta sotto la post-produzione scellerata di “First impression of the earth”. E non è un caso se il disco è stato considerato un flop piuttosto colossale. Ma noi, con coraggio e grande cuore, continuiamo a credere in lui.

“Ero al concerto ma non li ho ascoltati, stavo parlando col loro tour manager”.

In Pillole on giugno 8, 2010 at 11:18 pm

Ritengo necessario dover dedicare un posto del mio povero blog per consigliare la lettura di un altro di sicuro più successo del mio. “Indiesnobism” è davvero un calderone di pillole divertentissime sul mondo indie, capace di regalare più di una gioia sopratutto quando, caffé in mano, si inizia la giornata lavorativa. Personalmente ho già iniziato a preparare una serie di T-Shirt con alcune perle di saggezza elencate in questa gioia quotidiana rintracciabile a www.indiesnobism.wordpress.com. Si tratta di una serie di pontificazioni tipiche dell’indie medio e snob che conosciamo o/e che, almeno in parte, è dentro di noi. Ne segnalo alcune che ho particolarmente a cuore: “Ai concerti non applaudo mai”, “Ho smesso di recensire i gruppi italiani perché ormai conosco tutti e non miv a di parlare male degli amici” e “Yoko ono aveva molto più talento di John Lennon”. Dopo questo veloce consiglio torno a prendere appunti. Ovviamente il titolo del post è targato indiesnobism. Che altro dire: grazie di esistere.

Pixies live in Ferrara: Report

In Recensioni on giugno 8, 2010 at 9:11 am

Domenica 6 giugno 2010. Mi sveglio e come uno sfigato provincialindie, non sto nella pelle perché dopo anni potrò finalmente vedere i Pixies live. Preparo il pranzo e accolgo alcune delle persone con cui condividerò il viaggio verso Ferrara. Beviamo un Brunello di Montalcino ed Eleonora mi confessa di aver dimenticato la macchina fotografica con cui avrebbe fatto le foto per questo post. Si discute dell’angoscia della nostra precarietà lavorativa. Andiamo da Stefano e Diego che si aggiungono al gruppo e partiamo alla volta di Bastia, dove faremo visita ad un nostro amico, Erlin, che inaugura la sua agenzia pubblicitaria. Ci congratuliamo con lui, celebriamo il trash facendoci un shottino di limoncello, beviamo qualche prosecco e ci mettiamo in viaggio. Il viaggio prosegue senza intoppi, ma la birra comprata in precedenza si è riscaldata e sembra piscio. Così ci fermiamo, qualcuno deve pisciare, e Diego ha l’idea di proporre uno scambio alla donnina dell’Autogrill. L’obiettivo è mettere le birre calde nel frigo e prenderne altrettante fredde. Provo a convincere la ragazza della bontà del nostro baratto ma questa, per pena forse, ci da semplicemente una busta piena di ghiaccio dove mettere le nostre birre. Siamo intrappolati dentro un traffico infernale e ancora non abbiamo raggiunto Faenza. Rischiamo di arrivare tardi per il concerto che inizia alle 20.30. Sembra di essere protagonisti in un disaster movie dove un intera popolazione cerca di scappare da un città che sta per essere attaccata dagli alieni. Mi guardo intorno e la fila di macchine non sembra avere fine, ci muoviamo pianissimo e ho la sensazione che non arriveremo mai. Un’automobile taglia la strada per passare dalla corsia di sinistra a quella di destra, dal finestrino sporge una signora anziana che, seduta sul posto del passeggero, si sbraccia per dire alle macchine di fermarsi per far passare il suo mezzo, sembra fatta di mescalina. Il tempo scorre e noi siamo ancora incastrati in questo cazzo di traffico. Mi apro una birra che nel frattempo è diventata fredda grazie alla busta di ghiaccio che nel frattempo è diventata acqua e rischia di rovesciarsi dentro la macchina, Eleonora esce nell’autostrada si libera della busta d’acqua. Uso l’Iphone di Diego per postare su Facebook che siamo incastrati nel traffico e rischiamo di non arrivare in tempo per il concerto, magari Iron man lo legge e ci da una mano. Roggero legge il post e mi chiama, mi tranquillizza, mi dice che mi avvertirà quando il concerto inizierà e mi chiede dove sono. “Poco prima di Faenza” gli dico, “Allora dovresti farcela” mi dice lui. In realtà arriviamo a Faenza solo dopo 45 minuti e la mia ansia sale, sento che mi sto perdendo il concerto. Mettiamo su “Dear God, i Hate Myself” degli Xiu xiu e le cose non migliorano. Mi ritrovo improvvisamente a sbraitare come il peggiore dei selvaggi verso le macchine che vanno lente. Sante mi dice che sembro il Dr.Gonzo quando in “Paura e disgusto a Las Vegas” offre l’eroina agli anziani passeggeri della macchina accanto.  Ci liberiamo finalmente dalla fila ma sono le nove, Roggero mi informa che il concerto dovrebbe iniziare alle 9.30, ma se ci dice fortuna slitta alle 10, purtroppo non c’è nessun gruppo spalla. Finalmente entriamo dentro Ferrara, sono le 9.45 chiamo Roggero e non mi risponde. “Fanculo è iniziato”…mentre aggiriamo il Castello nella speranza di trovare un parcheggio, sento “DeBaser” in lontananza che viene gridata con forza dalle casse di un palco e mi abbatto.  Propongo di parcheggiare l’auto in divieto di sosta e di pagare la multa personalmente, ma nessuno mi da retta. Finalmente ci infiliamo da qualche parte e mi metto a correre verso il castello. Stacchiamo il biglietto ed entriamo. I Pixies non stanno suonando.  Le transenne sono crollate (almeno così dicono), gli organizzatori dicono al pubblico di fare un passo indietro altrimenti il concerto non inizierà. Da un lato penso come sia avvilente la difficoltà con cui si deve convincere una massa di persone civilizzate a fare un passo indietro da l’altro sono sconvolto dal fatto che dopo una fatica e corsa simile il concerto rischia di essere interrotto. Sarebbe l’ultima beffa, non aver visto nemmeno un minuto di concerto. Chiamo Roggero, mi dice di fare ciao con la mano così capisce dove sono, nello stesso momento uno davanti a me fa ciao con la mano e Roggero mi scambia per quel tipo. Poi finalmente la massa riesce a fare un passo indietro e i Pixies iniziano a suonare. Mi sono fottuto “Monkey Gone to Heaven”, “Veluria” e “DeBaser”, ma in compenso ci sono dei tipi strafatti di Md dietro di me, che gridano ad un volume esagerato ignorando le strutture delle canzoni, ma gli voglio bene, mi piacciono questi facinorosi ai concerti. Finisce il concerto. Incontro il Guolfo e il suo gruppo di amici, tutti su di giri per l’alcool e per il concerto. Poi incontro Roggero, finalmente, anche lui esaltato dal concerto che mi dice che i Pixies devono fare un nuovo disco. Gli dico che sono stranito per essermi perso mezz’ora dello show e con la sua consueta saggezza mi dice: “Ma che cazzo ti frega!”. Mi rendo conto che ha perfettamente ragione. Non è possibile applicare un ragionamento razionale e critico ad un evento del genere. Non posso chiedermi se hanno suonato bene o no, se ci hanno messo cuore o no, se la scaletta andava bene o no. Sono i fottuti Pixies che suonano tutto il loro cazzo di repertorio. Non mi resta che aprire il cuore e godermi quello che accade insieme ad altre 5mila (non ho idea di quale sia la capienza di piazza Castello) persone presenti ed esaltate.  Come posso essere razionale in questo momento? Spengo il cervello e sono travolto dal frastuono dei decibel e da sua maestà melodia. Torniamo a casa, è tardi, Eleonora dorme, si parla di sport e Diego dice: “Giovinco non ha le competenze per giocare a calcio“.

“Grace Wasteland” di Pete Doherty è un disco demenziale

In Recensioni on giugno 7, 2010 at 12:30 am

Sono profondamente scioccato da quanto sia brutto “Grace Wasteland”, il disco solista di Pete Doherty. Si tratta, probabilmente, di una delle cose più indegne che sia mai stata scritta. Non è tanto la scarsità di idee a scioccare, oppure il saccheggio continuo che Doherty fa da diversi artisti, non è nemmeno il fatto che il disco sia costantemente insipido. Quello che sconvolge è quanto sia poco appetibile anche ad un ascoltatore superficiale. Sinceramente credo che quest’album non possa piacere a nessuno.

Vi chiederete perché ho perso due ore della mia vita ad ascoltare una nefandezza simile. Ecco la risposta. Da circa tre anni (più o meno da quando Pete Doherty salì alla ribalta dello show business perché fumava crack mentre si scopava Kate Moss) le persone che mi conoscono non fanno che ripetermi “Ma! Lo sai? Sei identico a quel cantante…”, “…quel poeta maledetto…”, “…quello sfattone…”, “…quello che si tromba la Moss…”. Difficile contraddirli perché effettivamente siamo due gocce d’acqua. Così, nella possibilità che un giorno qualcuno mi chiami per interpretarlo nel film sulla sua vita, ho deciso che fosse il caso di studiarsi un po’ la produzione artistica di questo tipo per non trovarsi impreparati ad ogni evenienza.

Ma andiamo con ordine:
Il primo elemento che balza all’orecchio di questa accozzaglia di merda chiamata “Grace Wasteland” è il saccheggio continuo che Pete Doherty compie a grandi (o meno) della musica. “Arcadie” sembra rubata dai primi Oasis (Un mix fra “Married with Children” e “Bonehead bank holiday”). “Latest of the English Roses” inizia come un pezzo dei Clash per poi trasformarsi in un ritornello prelevato direttamente da “The Great Escape” dei Blur e si potrebbe continuare così a ruota libera per tutto il disco.

Il secondo elemento che balza all’orecchio di questa immonda cagata chiamata “Grace Wasteland” è la demenzialità involontaria che ogni nota sprigiona. Fa sorridere che il nostro Pete abbia scritto e cantato seriamente un pezzo come “A little death around the eyes” (basterebbe il titolo per essere scelta da Will Ferrel per un intermezzo musicale comico). In genere tutto il tono dell’album è davvero comico con il Pete che passa da pezzi più intimisti a grandi affreschi musicali, con la palese convinzione di stare facendo un grande lavoro, il che, crack permettendo, è preoccupante per la sua sanità mentale. Giuro su “Palace of Bone” si fatica a non ridere. Sì, avete capito bene, c’è una canzone che si chiama “palazzo di ossa”

Tralasciando “Sweet by and by” in cui si raggiunge il climax comico di questo album è interessante notare come il disco sia anche impacchettato e venduto male. Insomma, non si ha la sensazione di trovarsi di fronte ad un poeta maledetto alla Jared Leto per intenderci. Esclusi i titoli (davvero clamorosi!) non c’è niente che funzioni: un singolo vendibile in radio, un momento davvero struggente, la capacità di mettere qua e la qualcosa di profondamente dark, nessun elemento che potrebbe far vendere i dischi necessari per il crack, a ragazzine alle prese con i primi prudori adolescenziali. Questo potrebbe far pensare che quando ha fatto questa montagna di immondizia, le intenzioni di Pete fossero sincere. In questo caso sarebbe più preoccupante.

Apprendo che già stanno girando un film su Pete Doherty. Cazzo! Ho davvero buttato via due ore della mia vita…ah no…l’attore che doveva interpretarlo è morto di overdose…sono ancora in lizza!

Canzone del mese: Erykah Badu – Out My Mind, Just in Time (Aprile)

In Pillole on giugno 5, 2010 at 12:30 pm

Ok, lo so, sono in drammatico ritardo per quanto riguarda le canzoni del mese. La mia intenzione, in ogni caso, è quella di recuperare il tempo perduto e poter procedere con la selezione, con la speranza che questa possa formare una playlist del 2010.

La scelta di Aprile ricade su quell’immensa regina chiamata Erykah Badu, una maestra di eleganza, classe e intelligenza. Il suo nuovo disco “New Amerykah Part Two (Return Of The Ankh)”, è un viaggio in mondi siderali, raggiunti galleggiando sopra una bolla di sapone tenendo per mano la meravigliosa voce di Erykah che ci culla fra le galassie interplanetarie delle sonorità di quest’album. Ascoltare questo lavoro è come fumarsi della White Widov insieme a Mon Calamari di Star Wars.

“Out my Mind, Just in Time” è la sintesi di tutta la poetica di Erykah Badu. Una lunga canzone di 10 minuti dove tutto il talento della cantante statunitense esplode in un calderone di contraddizioni e meravigliose sorprese. L’adeguatezza e la classe con cui la Badu ci accompagna nei diversi momenti della canzone fa brillare gli occhi.

Momento migliore: 2.14