Marmo A Colazione

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Quel giorno che Dylan buttò Ochs fuori dall’auto

In Recensioni on settembre 23, 2010 at 11:19 pm

Periodicamente rendo onore alle mie divinità personali. Attualmente sto passando il classico mese in cui l’unica cosa che può riverberare nelle mie vene è il canto nasale di Dylan e quel “sottile e teso suono al mercurio. Metallico e rilucente” che si trova in “Blonde on Blonde” (outtakes ovviamente incluse).

Rileggendo un po’ di testi,note a pie di pagine, curiosità e atteggiamenti, mi sono imbattuto in un aneddoto piuttosto famoso che credo sia giusto riportare alla luce, per tutti quelli che non lo conoscono (magari lo conoscete già tutti ma mi piace fare un post che abbia il titolo “Quel giorno che Dylan buttò Ochs fuori dall’auto”). La spocchia di Dylan nel biennio 65-66 stava raggiungendo livelli astrogalattici ed era proporzionale alla splendida altezza dei suoi capelli.

L’aneddoto in questione è legato al cantante folk Phil Ochs e la canzone “Can you please out your window?” (pezzo clamoroso, se non lo conoscete rimediate immediatamente). Dylan e Ochs erano amici/rivali. Nonostante ognuno vedesse di buon occhio l’altro, fra i due si era instaurata un’improbabile competizione fra cantautori folk. Un giorno nel 1965 si trovavano entrambi nella limousine di Dylan e sua bobbità decise di far ascoltare ad Ochs “Can you please out your window?” e inscenò un’esibizione nel retro dell’automobile. Ochs commentò la canzone in maniera tiepida, disse che non era un granchè e che non avrebbe fatto strada. Dylan, in tutto lo splendore del suo personaggio, fece fermare l’autista e lo buttò fuori, lasciandolo nella strada e  dicendogli “Tu non sei un cantante folk. Sei un giornalista”.

Cristo quanto avrei voluto vivere quegli anni. Passeggiare per strada e vedere una macchina fermarsi e il povero Ochs finire “in the dirt where everybody walks” e dietro Dylan che sbraita.

Parlando di competizioni. Un’altra molto simpatica inscenata, sempre nel periodo, da sua bobbità è, ovviamente, quella con l’altro amico/rivale Donovan. Il cantautore era considerato la risposta inglese a Bob Dylan. Nel corso del tour del 1965 nel Regno unito i due passavano molto tempo insieme. Nell’assolutamente imprescindibile “Don’t look back” di D.A. Pennebaker (documentario su Bob) è filmato un celebre siparietto: In una stanza di albergo si inscena una sorta di duello fra i due e, davanti ad un pubblico di pochi eletti, Donovan esegue “To sing for you”, scatenando l’applauso dei presenti. Bob, di tutta risposta, decide di suonare “It’s All over now baby blue” (allora inedita). L’esibizione passera alla leggenda ed è tutto il tempo caratterizzata dal ghigno di superiorità di Dylan che devasta in un solo istante il povero Donovan, perso nei meandri di un fumo nervoso. Un massacro vero e proprio, di quelli che fanno male “e filmando più Donovan che Dylan, Pennebaker coglie la consapevolezza dei propri limiti del primo e la statura di genio del secondo”. P.Mereghetti. Godetevela:

P.s. Ochs si impiccò nel 1976

P.p.s “Can you please crawl out your window?” non arrivò molto in alto nelle classifiche come Ochs aveva previsto.

P.p.p.s. In ogni caso Donovan merita tutto il nostro rispetto

 

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Cosa erano gli anni ’60?

In Recensioni on settembre 16, 2010 at 10:17 pm

Mi capita continuamente di interrogarmi su cosa realmente sono stati gli anni ’60. Il mio approccio alla musica è molto confusionario e per nulla sistematico. Ad esempio oggi alle 10 stavo ascoltando il disco dei “Currensy” (in realtà al posto della “s” ci dovrebbe essere il simbolo del dollaro, ma non so come si fa con la tastiera), alle 14 il primo disco dei Wu Tang Clan, alle 20 “Different Class” dei Pulp ed ora “Pearl” di Janis Joplin. Questo mio modo casuale di procedere  probabilmente non mi farà mai capire un cazzo di musica. In particolare, rispetto agli anni 60, mi ritrovo spesso con messaggi e sensazioni contrastanti.

Se dal punto di vista musicale sono profondamente e banalmente convinto che dal ’66 al ’68 sia indiscutibilmente stata prodotta la migliore musica dell’umanità, analizzando il movimento sociale, sono sempre combattuto nel giudizio e mi sento incapace di descriverlo. In parte, ovviamente, perché non l’ho vissuto. Ma sopratutto perché sono sempre a galleggio fra due poli opposti. Un giorno sto guardando “No direction home” di Scorsese dove si respira il travolgente idealismo di quegli anni. Un altro giorno mi trovo vedere una commedia indie contemporanea dove il ’68 diventa solo una macchietta ironica. Sono a galleggio nel leggere un libro disilluso e cinico capace di svelare il peggio di ogni periodo storico dell’umanità a leggere Hunter Thompson dove ti chiedi perché sei nato in questi “cazzo di anni zero” (dopo questa citazione di Brondi sarò, giustamente, preso in giro una vita dai miei amici). Sono a galleggio nel vedere che fine hanno fatto alcuni di quella generazione e la grande integrità morale e poetica con cui Ginsberg ha vissuto fin a quando non è morto. Sono a galleggio nel chiedermi quanto sia effettivamente stato realizzato e quanto sia importante, in realtà, questa stessa domanda.  Non è tanto la difficoltà nella valutazione. Quanto nella definizione. Cosa erano quegli anni? Oggi ho forse trovato una risposta.

Credo che un bel estratto di cosa fossero gli anni ’60 lo si possa trovare nello spasmo fisico di Janis Joplin nella sua esibizione di “Cry Baby” al festival Express del 1970. All’inizio, nell’intro, un istante subito dopo il suo grido disperato.

Uno spasmo, uno slancio verso il cielo, la dinamicità di un pensiero, l’energia di un sogno e l’inevitabile terminabilità (e immortalità) dell’istante. Credo che questi siano gli anni ’60.

Ho sempre pensato che After hours dei Velvet Underground fosse cantata da Edie Sedgwick

In Pillole on settembre 8, 2010 at 11:02 pm

Ho scoperto pochi giorni fa che in realtà “After hours” dei Velvet Underground è cantata dalla batterista del gruppo Maureen Tucker. Sarebbe stato molto più significativo e bello se a cantare questa canzone fosse stata Edie Sedgwick. Come ho sempre pensato fosse.

In fondo questa canzone parla dettagliatamente di lei. So che l’indiesnob medio, già sconvolto dalla mia lacuna, starà dicendo con voce da demente e muco sotto il naso “ma è Femme Fatale dei Velvet che parla di Edie”. Lo so!!! Semplicemente credo che Edie sia l’impersonificazione fisica di tutto quello che è “After hours”. Quella leggerezza, quell’ironia dei suoi occhi, quello scherzo della sua vita, e la realtà di un dramma celato dietro una danza accennata e i capelli in aria accompagnati da un trucco nero pesante.

Ogni nota di “After hours” riverbera della sensualità e della vita di Edie. E’ semplicemente illogico che Edie non abbia cantato questa canzone. Continuo a pensare che in realtà Edie Sedgwick abbia cantato “After hours”. Non potrebbe essere diversamente.