Marmo A Colazione

Top 10: Album of 2011

In Recensioni on febbraio 6, 2012 at 11:13 am

Con ritardo abissale  rispetto agli altri siti web e blog che già al 30 dicembre si erano adoperati nel creare la loro top 10, top 20 e top 50, stilo anche io, come ho fatto lo scorso anno quelli che, a mio modo di vedere, sono i dieci migliori dischi usciti nei dodici mesi appena giunti al termine. Per quanto farebbe figo fare il poser deluso da quello che è diventata la scena in questi anni, credo di non poter fare a meno di sottolineare ancora una volta di come ami la musica, i dischi, gli artisti, l’approccio di questo periodo. Credo sia un discorso generazionale, tutti i musicisti che ascolto hanno più o  meno la mia stessa età e la mia formazione culturale, cosa che, ad esempio, non accadeva 10 anni fa. Comunque…un dato sicuramente significativo sono stati i numerosi ritorni di quest’anno. Alcuni profondamente deludenti (Tv on The Radio, The Strokes, Okkervil
River), alcuni spiazzanti (Radiohead) altri profondamente belli (Pj Harvey e Burial). Impossibile non segnalare il sempre magnifico Tom Waits che, pur in album a mio modo di vedere sopravvalutato, riesce a tirar fuori una perla unica come “Bad as Me“.

10. Smith Western – Dye it Blonde

Yankee che suonano come i Kinks? Dalle parti della lapide di Lester   Bangs si sentono rumori strani. Qualcuno dice che è lui che si rivolta nella tomba, in realtà sta ballando fino allo sfinimento tracannando gin tonic e scovando un modo per ritornare come zombie.








9. Ducktails – Ducktails III Arcade Dynamics  

 Un overdose pop per nostalgici affamati di 8-bit e lo-fi. Ritrovarsi d’improvviso in cameretta a giocare a Super puzzle Fighter, con l’estate fuori ad aspettare di essere snobbata dalla tua asocialità.











8. Colin stetson – New history warfare Vol.2: judges

“Risalire quel fiume era come compiere un viaggio indietro nel tempo, ai primordi del mondo, quando la vegetazione spadroneggiava sulla terra e i grandi alberi erano sovrani. Un corso d’acqua vuoto, un silenzio assoluto, una foresta impenetrabile; l’aria calda, spessa, greve, immota. Non c’era gioia nello splendere del sole. Deserte, le lunghe distese d’acqua si perdevano nell’oscurità di adombrate distanze”.





7. James Blake – James Blake

Talmente pompato da scatenare in te un fastidioso rigetto. Talmente bello da mettere “KO” il tuo anticonformismo con un sonoro “Perfect














6. Andy Stott – We stay together/Passed me By

Un viscerale e intenso viaggio all’interno delle proprie paranoie, magari su un’automobile, magari davanti al fuoco sacro della tribù Qhadafa. Magari in acido, magari semplicemente in una giornata malinconica.  











5. Neon Indian – Era Extrana

Perde clamorosamente il confronto con il mastodontico “Psychic Chasms”? Può essere, ma non esageriamo. Palombo resta un artista in grado di scrivere poesia con i suoni dei b-movie anni 80 con Jerry Calà.











4. Dirty Beaches – Badlands

Quell’evidente odore di fumo di sigarette che possente, prende il possesso della stanza. “My Mother dies of pneumonia when I was just a kid. My Father kept their wedding cake int he freezer for ten whole years. After the funeral he gave it to the yard man. He tried to act cheerful but he could never be consoled by the little stranger he found in his house. Then one day hoping to begin a new life away from the scene of all these memories he moved us from Texas to Port Dupree, South Dakota”.





3. tUnE-yArDs – w h o k i l l !!!

Merrill Garbus è un irresistibile carnevale di R&b, indie, Lo-fi. Una sorprendente parata tribale con gavettoni di vernice e conti senza testa lì a sfilare, insieme a frigoriferi animati e tutti i colori di questo mondo. Assolutamente immancabile.











2. Kurt Vile – Smoke rings for my Halo

Una rivelazione atroce. Uno di quei dischi che tranciano il vostro torace per rimanere incastonati dentro al petto, in bilico, come una sedia a dondolo sul portico di una casa di campagna.











1. Girls – Father, son, holy ghost

Potrebbe essere considerata una scelta banale visto che già altri hanno definito questo “Father, son, holy ghost” il disco dell’anno, ma è semplicemente una scelta giusta ed inevitabile. Questo perché il talento autoriale di Christopher Owens è di quelli che non nascono spesso. Quest’album profuma di classico. Si sente l’odore da chilometri. Lo si sente nei riff trancianti di “Alex“, che ti aprono in due il fegato. Lo si sente al minuto 4.10 di “Vomit” dove uno splendido viaggio malinconico ha la forza di cambiare strada e aprirsi in tutta quella magnificenza tipica del capolavoro. Lo si sente ogni volta che la voce di Owens si spezza in quella delicata malinconia mentre pronuncia frasi come “Oh god, I’m tired/and my heart is broken/It’s so hard to feel so all alone/and so far/so far away from home”.

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