Marmo A Colazione

Tune Yards live al Lanificio di Roma: Live Report

In Recensioni on marzo 20, 2012 at 11:38 am

3 marzo 2012. E’ una bella giornata e lo è ancora di più pensando al fatto che la sera partirò alla volta di Roma per il concerto di Merrill Garbus, in arte Tune Yards, o meglio: tUnE-yArDs. Vogliamo andare a vedere anche una mostra di Henri Cartier Bresson, non so se faremo in tempo perché sono le quattro e mezza e non abbiamo idea di quale sia l’orario d’apertura dell’esposizione. L’umore schizza alle stelle quando chiedo ad Eleonora di mettere un disco e lei sceglie “Discovered covered” di Daniel Johnston, che non ascolto da tantissimo. Credo sia stato un implicito tributo al concerto del 23 aprile in programma al Piper (!!!! -_-‘) sempre a Roma.

Aumenta anche una strana ansia pre-concerto. Guardo l’orologio con frenesia, sospetto che non ce la faremo mai, cerco di tranquillizzare Eleonora, il navigatore ormai si comporta come un fattone di Crack di lunga data, inoltre il traffico di Roma mi fa sentire sempre un cazzo di campagnolo e non capisco come in una società civile sia moralmente accettato il poter sorpassare a destra. Cerchiamo Palazzo incontro, ovviamente è in una zona a traffico limitato e il navigatore, in piena botta di crack, non fa altro che farci fare lo stesso giro per quattro volte senza aver la capacità di produrre un’alternativa. Quando finalmente ci riesce, probabilmente in un guizzo di lucidità prima di ricadere nel nulla tombale, ci consiglia di andare sulla strada a destra. E’ fin troppo banale sottolineare che non esiste nessuna via e che girando a destra avremmo investito il malesiano che ci guarda con sospetto e la sua bancarella da quattro soldi. Così decidiamo di andare a piedi, sono praticamente le sette e in cuor mio so che non vedremo mai la mostra ma continuo a cercare di rassicurare Eleonora pur buttando qui e lì alcune frasi tipo “comunque stiamo facendo una bella passeggiata ecc..”. Alla fine viene fuori che siamo praticamente a due passi da Palazzo Incontro. Entriamo e il primo piano è un baccanale. Arriviamo all’ingresso dell’esposizione al secondo piano, chiediamo l’orario di chiusura e la ragazza al botteghino ci comunica che nei festivi l’apertura è fino alle nove. Esulto e lei, come se fosse Randall di “Clerks”, mi risponde: “Già, anche per noi che siamo quì dalle 7 di mattina è una buona notizia”. Ma è davvero simpatica e alla fine mi fa il ridotto anche se ho la tessera Arci scaduta.

Inutile dire che la mostra di Henri Cartier Bresson è magnifica. Ero spaventato dal fatto che fossero solo 50 opere ma in realtà ci sono gran parte dei suoi scatti più importanti e anche la scelta di mettere le citazioni di intellettuali e scrittori non risulta come la decisione manieristica di qualche curatore sciacallo, visto che scopriamo essere un’idea presa da un’altra esposizione in onore di Hcb curata dai suoi amici in occasione del compleanno. L’unica cosa negativa è il rumore al piano di sotto dove gli aperitivi intellettuali vanno per la maggiore e un cocainomane impazzito che a voce alta inizia a prendersela con Baricco perché ha osato dire che la nona di Beethoven è sopravvalutata. Cocainomane, sottolineiamo, con tanto di milfona a seguito che fra un’opera e l’altra trova il tempo di chiamare il figlio per dirgli: “Fai i compiti che ora arrivo”. Ebbene sì: ho origliato. Partiamo soddisfatti alla volta del Lanificio con l’intento di mangiare lì. Mentre parcheggiamo sopra un marciapiede c’è un indiano che fa finta di aiutarci nel parcheggio e pretende dei soldi in cambio dopo. Sospetto che se non lo accontento successivamente mi righerà l’automobile, così cedo. C’è una fila abissale, voglio capire se una volta acquistato il biglietto devo rifare la fila provo a chiedere ad una simpaticissima ragazza del posto che alla frase “Scusa posso farti una domanda?” risponde: “No”. Così proviamo a studiare un piano d’azione e coinvolgiamo alcuni che sono in fila lì con noi, la questione è se andare a cena prima o dopo, alla fine non andiamo a cena e i tipi ci vendono due biglietti.

La hall (è giusto chiamarla così?) del Lanificio è molto bella e ci mettiamo a sedere sui divani in attesa dell’apertura delle porte. Vorrei comprare t-shirt e vinile, ma con gli spicci dati all’indiano mi restano i soldi per qualche bevuta e il tipo barbuto del merchandising che sembra uscito da “Heimdall” non sembra accettare il bancomat. Accanto a noi c’è un nerdone accanitissimo che da solo sta aspettando l’inizio del concerto e intanto con il suo iphone sta guardando la pagina di Pitchfork dedicata a St.Vincent (Ok ho un problema!). Finalmente si aprono le porte, il locale dentro è inguardabile. Sono deciso a sbronzarmi per fare festa ma quando mi viene risposto “10 euro” all’ordinazione “una birra e una coca cola” mi chiedo che cazzo di lavoro faccia la gente per ubriacarsi in questi posti. Così con la mia misera birra da 0,20 suppongo, aspetto l’inizio del concerto. Ele si siede sul sub, accanto a me c’è il fomentato di prima e a destra ci sono le Honeybird & The Birdies, dipinte in volto alla Merril, e i rispettivi uomini con le magliette del Teatro degli orrori. Sorrido all’idea della coppia stereotipata di lei che ama Tune Yard tutte rose e fiori e lui duro e puro con il Teatro. In questo schema sono orgogliosamente quello senza palle. Aprono il concerto i Father Murphy che sembra essere messi lì per ricordarti che non c’è un cazzo da ridere, e prima di Tune Yard può avere un senso. Loro non sembrano italiani, e questo è già un bel complimento, tant’è che per tutto il concerto sono convinto che siano canadesi, convinzione che scompare a fine esibizione, quando aprono bocca. A quel punto mi rendo conto che hanno degli abiti terribilmente italiani. Il batterista è vestito come uno che sogna di darsi l’importanza che si da un jazzista, la tastierista è invece vestita dalla tipa alternativa delle superiori che ha comprato i vestiti mezzi etnici al mercato. Alla fine arriva lei: Merrill, un vulcano e un carnevale fusi in una donna paffutella che strilla e si sbraccia come una bambina. Siamo tutti d’accordo nell’essere scioccati dalle capacità canore della nostra e il concerto è un festone esagerato. C’è tempo anche per una torta di compleanno portata sul palco e lei dice: “non ho imparato una parola di italiano perché pensavo che eravamo in 5 stasera”. Invece la sala è piena e i musicisti (una lineup assolutamente indefinibile: basso, due sassofoni, marimba, percussioni, ukulele e voce) sono carichi. Il sassofonista un po’ troppo: è visibilmente ubriaco, ma tira come un matto. Il concerto finisce, ce ne andiamo al volo con una paralisi facciale su modalità sorriso e i motivetti in testa. Alla fine non mangiamo e l’indiano non ha rigato la mia macchina.

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